La storia dei ladini
Preistoria
Frequentazione delle Dolomiti in tempi antichi
Le testimonianze scritte che riguardano l’area dolomitica prima del Mille sono assai rare e per questo motivo gli studiosi hanno ritenuto a lungo che le vallate strette tra le montagne fossero precedentemente disabitate. Tale ipotesi sembrava sostenuta anche dal clima rigido che, soprattutto in età preistorica, avrebbe impedito all’uomo di abitare zone di alta quota. Le ricerche archeologiche svolte con una certa sistematicità a partire dagli anni ’70 del secolo scorso hanno però dimostrato che le valli ladine erano frequentate sin dall’ultima fase del Paleolitico (ca. 10.000 anni fa), periodo cui risalgono i reperti rinvenuti nei pressi del riparo sottoroccia del Cionstoan sull’Alpe di Siusi (a 1750 m). La frequentazione dolomitica da parte dell’uomo aumentò nel corso del Mesolitico (ca. 8000-5500 a.C.) e del Neolitico (ca. 5500-3300 a.C.), come dimostra il ritrovamento di altri ripari come quello di Plan de Frera, nei pressi del passo Gardena e della sepoltura a Mondeval de Sora in comune di Selva di Cadore confinante con Colle Santa Lucia e Cortina d’Ampezzo, dove è stato rinvenuto uno scheletro d’uomo con ricco corredo funebre vissuto circa 7500 anni fa.
Mentre l’uomo del Mesolitico si dedicava alla caccia preferendo le alture che offrivano una migliore visibilità rispetto al fondo vallivo, la cui fitta vegetazione boschiva avrebbe penalizzato la sua azione, nella seconda parte del Neolitico è attestato un cambiamento sostanziale nella scelta dei luoghi d’insediamento.
Nonostante la caccia fosse ancora mezzo di sussistenza primario, l’uomo si apprestava infatti a diventare agricoltore. Di conseguenza i siti si spostarono verso il basso, dove i terrazzamenti appena sopra il fondovalle, protetti dalle esondazioni dei torrenti, erano più adatti alla coltivazione.
Romanizzazione
La romanizzazione delle alpi
Nei secoli antecedenti l’occupazione romana (15 a.C.), le valli alpine erano abitate da gruppi tribali distinti che, almeno in alcuni casi, sembrano essersi sottoposti spontaneamente alla sovranità dei conquistatori. È dimostrato, infatti, che essi erano influenzati dalle civiltà italiche già da lungo tempo e che, soprattutto durante l’età del Bronzo (II millennio a. C.), i rapporti e l’interesse delle civiltà subalpine verso le regioni alpine del nord furono molto intensi. Dall’età del Ferro inoltrata (500 a. C.) furono invece gli ambienti alpini centro-orientali a volgere i propri interessi verso le aree subalpine: sia la cultura paleovenete di Este sia quella etrusca furono recepite nell’Italia settentrionale e nelle Alpi sud-orientali.
Nei secoli a ridosso dell’era volgare, fu infine Roma a far sentire la propria spinta politico-militare verso nord, mirando a ottenere il controllo dei valichi alpini e a espandere la rete viaria per motivi commerciali e difensivi. Plinio il Vecchio narra degli scontri dei Romani con numerose tribù alpine. Tra le popolazioni che contrastarono il loro dominio nelle Alpi spiccano i Reti, probabilmente un’entità sovraetnica accomunata dalla stessa cultura.
In seguito alla conquista romana delle Alpi le genti sottomesse lentamente appresero la lingua latina usata da legionari, amministratori, impiegati e coloni insediatisi in alcune delle località più favorevoli all’agricoltura. La disposizione e l’organizzazione delle viles, i nuclei abitativi caratteristici della bassa Val Badia, ma presenti anche in Ampezzo, Livinallongo e Fassa, rivelano elementi caratteristici del modello insediativo provinciale romano.
La fine dell’Impero Romano
I Romani riuscirono a difendere il limes senza problemi fino alla fine del IV secolo, quando la situazione divenne sempre più instabile per le frequenti incursioni dei popoli barbari: gli Alemanni, i Visigoti, gli Unni, i Vandali e infine, nel 406, gli Sciti che si presume abbiano distrutto Aguntum, nei pressi dell’odierna cittadina di Lienz, prima di devastare la Val Pusteria e il centro romano di Sebatum. Anche se oggi è impossibile ricostruire con precisione le migrazioni che seguirono, si può presumere che i popoli in fuga, così come anche gli invasori, seguissero le principali vie di comunicazione romane per poi dilagare nella pianura. In tal modo i latini che occupavano le valli dell’arco alpino furono per lo più dispersi o sterminati. I pochi sopravvissuti si fusero con i nuovi occupanti germanici, mentre in alcune zone montane meno colpite, perché più impervie e fuori mano, si conservò una parlata latina volgare che oggi potremmo definire “protoladina”. Ne sono un esempio le valli a sud del Lago di Costanza, gran parte della Valle dell’Inn e le valli del versante meridionale dell’arco alpino, rimaste immuni alla disastrosa ondata che portò allo sfacelo definitivo dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C.
Germanizzazione
La germanizzazione e il Sacro Romano Impero
Quando il latino iniziò a diffondersi nei territori alpini, assoggettati dall’Impero nel 15 a.C., non riuscì a spazzare via completamente le parlate indigene. Si verificò invece un processo di simbiosi tra il latino volgare, parlato dai soldati e dai mercanti romani, e le diverse lingue indigene, probabilmente preindoeuropee, toccate da influssi celtici dovuti alla presenza di Celti a sud, a nord, a ovest e a est delle Alpi. In seguito la lingua latina riuscì a predominare sulle parlate delle popolazioni autoctone, poiché era la lingua dei padroni e dotata di scrittura. Sin dal III secolo la latinizzazione delle terre cisalpine, alpine e transalpine nel vasto triangolo tra il Lago di Costanza, il Danubio e l’Istria era una realtà ormai assodata, mentre nell’area dolomitica fu portata a termine soltanto verso la fine dell’Impero con il decisivo contributo della predicazione cristiana.
Le incursioni dei popoli barbari provocarono poi una divisione dell’area romanza alpina. Gli invasori alemanni, baiuvari e slavi assimilarono, e quindi germanizzarono, la popolazione rarefatta delle principali valli alpine occupate, mentre la lingua romanza si conservò in tre isole linguistiche: il Cantone dei Grigioni, la Ladinia dolomitica e il Friuli. Nell’Alto Medioevo le valli ladine furono abbandonate a sé stesse e il territorio venne gestito dalle comunità di valle nate spontaneamente. Nell’VIII secolo Carlo Magno, incoronato Imperator Augustus nell’800, estese il proprio dominio fino in Carinzia e la vasta regione fu poi suddivisa in contee, date in feudo a signori laici ed ecclesiastici. Nelle valli dolomitiche tale organizzazione si conservò fino alle soglie dell’era moderna e in questo lungo periodo la popolazione ladina, composta per la maggior parte da contadini, fu sottoposta ai principi vescovi di Trento e Bressanone, al Patriarcato di Aquileia (Ampezzo) e ai monasteri di Castel Badia e Novacella. La Contea del Tirolo nacque nel XIII secolo in seno all’Impero.
Le guerre napoleoniche e l’insorgenza tirolese
Il ribaltamento dell’ordine civile e religioso in Francia in seguito alla Rivoluzione ebbe una certa eco anche nel Tirolo. La Francia dichiarò guerra all’Impero e nella primavera del 1796 Napoleone era già alle soglie del Tirolo con il suo potente esercito, a maggio le compagnie del Schützen erano già in posizione per difendere la patria, minacciata dai francesi. Nei mesi e anni seguenti gli Schützen tirolesi e ladini affrontarono a più riprese le truppe napoleoniche, riuscendo a vincere varie battaglie. Tra i ladini si distinse la giovane Catarina Lanz, che nel 1797 riuscì a difendere la chiesa di Spinga da un gruppo di soldati francesi che volevano profanarla.
In seguito agli eventi bellici di quegli anni, nel 1803, i principati vescovili di Trento e Bressanone, da cui le valli ladine dipendevano sin dal lontano 1027 (ad eccezione di Ampezzo, passata da Aquileia a Bressanone solo nel 1789), furono secolarizzati e divennero parte integrante dell’Impero asburgico. Le valli ladine furono assegnate a circoscrizioni separate e dopo la sconfitta subìta dall’Impero ad Austerlitz e il Trattato di Presburgo (26 dicembre 1805) l’area ladina fu divisa in tre parti. Le valli di Ampezzo e Livinallongo furono assegnate al Dipartimento del Piave, la Val di Fassa al Dipartimento dell’Alto Adige, nel Regno d’Italia, mentre le valli Gardena e Badia entrarono a far parte del neonato Regno di Baviera. L’antico Tirolo scomparve dalle carte geografiche. Le nuove amministrazioni non seppero però gestire la popolazione annessa che si armò per una nuova insurrezione. Nel 1809 i tirolesi, guidati da Andreas Hofer, insorsero contro i bavaresi e i loro alleati francesi, con vittorie e sconfitte alterne. Nel 1814 l’Impero asburgico recuperò tutto il Tirolo, che gli fu assegnato definitivamente dal Congresso di Vienna.
Nel 1868 il governo imperiale istituì il “Capitanato Distrettuale di Ampezzo”, una specie di prefettura comprendente anche Livinallongo e Colle Santa Lucia, era il capitanato più piccolo della monarchia e l’unico ladino. Ampezzo fu elevata al rango di Brunico e Lienz, acquistando importanza e prestigio.
In epoca napoleonica cominciò la presa di coscienza del popolo ladino, da parte di altre etnie e dei ladini stessi, di essere un popolo con caratteristiche uniche. Con la pubblicazione di grammatiche ladine e studi di linguistica, il ladino divenne oggetto di dibattito, non privo di risvolti politici. Nel 1905 nacque Innsbruck la prima associazione inter-ladina del Tirolo, la Union Ladina. Videro luce anche le prime riviste ladine. Nel 1912 il gardenese Lardschneider, redattore del “Kalënder de Gherdëina”, invitò i ladini di Gardena, Badia, Fassa, Livinallongo e Ampezzo a chiedere il riconoscimento di una “nazione ladina a sé stante”. L’Union Ladina si trasformerà in seguito nell’attuale Union Generela di Ladins dla Dolomites.
Le guerre Mondiali
La Prima guerra mondiale e la tripartizione dell’area ladina
Negli ultimi decenni dell’Ottocento la rivalità tra le potenze europee venne esacerbata sempre più da un forte contrasto imperialistico per il dominio mondiale attraverso le colonie e da gravi tensioni tra le classi sociali. L’omicidio a Sarajevo dell’erede al trono austro-ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando, nel mese di giugno 1914 fu quindi soltanto la scintilla che fece precipitare una situazione internazionale già molto critica. In breve tutta l’Europa fu coinvolta in un conflitto senza precedenti che vide schierate Austria-Ungheria e Germania da una parte, Serbia, Russia, Francia e Inghilterra dall’altra.
All’inizio di agosto i richiamati dell’Impero austro-ungarico, tra cui migliaia di tirolesi, trentini e ladini, erano già in partenza per la Galizia, sul fronte russo. Alla fine di dicembre 1914, dopo soli cinque mesi di guerra, l’esercito austro-ungarico aveva perso la metà dei suoi effettivi: tra morti, feriti e prigionieri erano 1.300.000 gli uomini “fuori uso”. Il conflitto sul fronte orientale per gli austriaci fu un’immensa carneficina. Solo nella primavera del 1915 i russi furono costretti a ritirarsi e gli imperi centrali riconquistarono gran parte della Galizia.
Nel frattempo l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria-Ungheria e alla fine di maggio 1915 si aprì il nuovo fronte meridionale che attraversava l’area ladina dolomitica. La valle di Livinallongo fu completamente evacuata, mentre Ampezzo e Colle Santa Lucia furono occupate dall’esercito italiano. Le altre valli ladine erano diventate l’immediata retrovia del fronte. Gli Schützen anziani e giovanissimi che non erano già stati richiamati si appostarono sulle cime poco distanti per contrastare l’avanzata italiana. La guerra sulle Dolomiti fu fin da subito una guerra di posizione e, nonostante i cruenti scontri, nessuno degli eserciti riusciva a sconfiggere il nemico. Tra le battaglie più sanguinose si ricordano quelle combattute sul Col di Lana, soprannominato “Col di Sangue”. La guerra di logoramento continuò anche negli anni seguenti e nemmeno la realizzazione di grandi opere come la “città di ghiaccio” sulla Marmolada, il tratto ferroviario che da Chiusa risaliva la Val Gardena, costruito in pochi mesi da 6000 prigionieri russi, o la rimozione delle cime con pesanti cariche esplosive servì a sbloccare la situazione.
La guerra sulle Dolomiti terminò nel novembre 1917 in seguito alle pesanti sconfitte dell’esercito italiano in pianura, che obbligarono le truppe italiane ad abbandonare le cime conquistate a caro prezzo. Nell’estate del 1918 la situazione cambiò di nuovo e l’esercito austro-ungarico iniziò la ritirata in seguito alla massiccia offensiva italiana sul Piave (24 ottobre 1918). Il Comando austriaco fu costretto a firmare l’armistizio, accettando le richieste italiane e l’annessione del Sudtirolo all’Italia, secondo quanto stabilito dal Patto di Londra del 1915. Nei giorni seguenti il territorio fino al Brennero fu occupato dall’esercito italiano che ne assunse il controllo.
Nella valle di Livinallongo, che era stata teatro di guerra, quasi tutti gli edifici erano stati distrutti: delle 355 case esistenti ne rimanevano meno di una cinquantina. Alla fine della guerra la popolazione ladina contava oltre 1000 morti su 20.000 abitanti.
Il periodo fascista, la Seconda guerra mondiale e le opzioni
Al termine della Prima guerra mondiale, nonostante le speranze della popolazione sudtirolese di tornare con l’Austria, cui sentiva di appartenere, e le numerose richieste inviate alla conferenza di Parigi affinché fosse tenuta in considerazione l’identità storica e linguistica dei due gruppi etnici del Sudtirolo, il Trattato di pace di Saint-Germain-el-Laye (10 settembre 1919) stabilì l’annessione definitiva del Sudtirolo all’Italia.
La popolazione fu catapultata in una nuova realtà con regole e leggi diverse da quelle cui era abituata.
L’incongruo cambio della valuta austriaca con quella italiana, le campagne di persuasione per convincere la gente della bontà dello stato italiano, l’imposizione della scuola italiana e la sostituzione degli insegnanti con maestri di dimostrati sentimenti italiani crearono fin da subito un muro di diffidenza. Il 5 maggio 1920, sul Passo Gardena, 70 rappresentanti delle cinque valli ladine dell’ormai ex Tirolo si radunarono per protestare contro le inascoltate istanze del popolo ladino e per chiedere il riconoscimento di “gruppo etnico distinto”. Apparve per la prima volta la bandiera ladina, nei tre colori verde, bianco e azzurro e verrà dichiarata illegale dal governo italiano in epoca fascista.
La situazione peggiorò dopo la presa di potere dei fascisti che permise a Ettore Tolomei, Commissario alla Lingua e alla Cultura per l’Alto Adige,di creare l’Alto Adige, come fu ribattezzato il Sudtirolo, dichiarando inoltre che “i Ladini delle Dolomiti sono come una macchia grigia che bisogna a tutti costi grattare via”. Ad “Ampezzo”, denominazione originaria, venne aggiunta “Cortina” e a Livinallongo si unì la specifica “del Col di Lana”, montagna simbolo della vittoria italiana. Il 21 gennaio 1923 il governo fascista dispose l’aggregazione alla Provincia di Belluno dei tre comuni ladini di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia. Nel 1927, con la costituzione della provincia di Bolzano – a cui furono assegnate le valli ladine di Badia e Gardena (ad esclusione della Val di Fassa che rimase in Trentino) – si completò la tripartizione della comunità ladina tirolese, che aveva condiviso fino ad allora secoli e secoli di storia comune. Nelle valli ladine come in tutto il Sudtirolo furono adottate tutte le misure necessarie a italianizzare la popolazione, ma l’operazione non ebbe successo. I due dittatori, Hitler e Mussolini, decisero allora di offrire agli abitanti la possibilità di scegliere fra Italia e Germania attraverso la cosiddetta “opzione”. Secondo i patti, tutti i nativi e originari dell’Alto Adige dovevano decidere in modo inequivocabile e irrevocabile se rimanere italiani o divenire cittadini tedeschi ed emigrare conseguentemente in Germania.
I ladini si trovarono a dover scegliere tra due nazionalità, rinnegando la propria identità particolare: molti decisero di restare, ma una parte non trascurabile della minoranza scelse di emigrare nel Reich. L’espatrio iniziato nel 1940 terminò l’8 settembre 1843, quando l’esercito tedesco occupò le province di Bolzano, Trento e Belluno, creando la zona d’operazione delle Prealpi (Operationszone Alpenvorland). Nonostante l’iniziale sollievo provato dai sudtirolesi, la situazione divenne ancora più pesante. Tutta la popolazione, infatti, fu costretta a contribuire alla “vittoria finale” del Reich: gli uomini, optanti e non, fino al cinquantesimo anno d’età furono reclutati nei cosiddetti SS-Polizeiregimente, cui erano affidati l’ordine pubblico e il rastrellamento del territorio. Se i cosiddetti “volontari” avessero rifiutato la coscrizione, sarebbero stati internati nei campi di concentramento e uccisi insieme ai propri familiari. Quella situazione di terrore terminò con la fine della Seconda guerra mondiale (2 maggio 1945).
Il dopoguerra e l’età contemporanea
Dopo la guerra, i ladini come i sudtirolesi speravano nella riunificazione del Tirolo. A pochi giorni dall’occupazione americana (8 maggio 1945) fu fondata la Südtiroler Volkspartei, il partito popolare sudtirolese che perseguiva tale scopo facendosi portavoce dei tedeschi e dei ladini della provincia di Bolzano. Il 14 luglio 1946 oltre 3000 ladini si radunarono sul Passo Sella per protestare contro la tripartizione del loro popolo, rivendicando di rimanere uniti. Nonostante le richieste, il territorio fino al Brennero rimase sotto l’Italia e le cinque valli ladine divise in tre province e due regioni, secondo l’imposizione voluta dal fascismo allo scopo di italianizzare più facilmente la piccola minoranza. Nel trattato di pace tra l’Italia e l’Austria (10 febbraio 1947), noto come Accordo Degasperi-Gruber, i ladini non furono nemmeno considerati, mentre nel primo Statuto d’autonomia della Regione Trentino-Alto Adige (1948) ottennero un primo riconoscimento ufficiale, con la possibilità di utilizzare la propria lingua in alcuni settori, tra cui la toponomastica. Ai ladini della provincia di Bolzano, inoltre, fu riconosciuta la possibilità di adottare il modello scolastico paritetico che prevede l’insegnamento in lingua italiana e tedesca, con l’aggiunta di alcune ore settimanali di ladino.
Nelle cinque valli nacquero diverse associazioni (link a enti e istituzioni) con lo scopo di promuovere iniziative per la conservazione e lo sviluppo della lingua e della cultura. Dal 1951 fu soprattutto l’associazione sovraregionale Union Generela di Ladins dla Dolomites a rappresentare la minoranza nelle questioni sia politiche che culturali. Il 1964 segnò l’ultimo atto di disgregazione dell’unità ladina con il passaggio del Decanato di Livinallongo e Ampezzo dalla Diocesi di Bressanone a quella di Belluno.
La “primavera” ladina in campo culturale è stata accompagnata da uno sviluppo turistico senza precedenti, incentivato in particolare da due eventi, le Olimpiadi invernali di Cortina d’Ampezzo nel 1956 e i campionati mondiali di sci in Val Gardena nel 1970 che hanno profondamente segnato l’evoluzione dell’intera area dolomitica.
Soltanto in seguito alla rielaborazione dello Statuto d’autonomia del 1948 e all’approvazione del secondo Statuto d’autonomia del 1972, i ladini ottennero il riconoscimento che ha permesso loro di avere, almeno nelle due province autonome di Trento e Bolzano, gli stessi diritti riconosciuti agli altri due gruppi linguistici, italiano e tedesco. La successiva fondazione di istituzioni come l’istituto Culturale Ladino “Majon di Fascegn” in Val di Fassa, l’Istituto Ladino “Micurà de Rü” in Val Badia, con sede secondaria in Val Gardena, e l’istituto Ladino “Cesa de Jan” a Colle Santa Lucia, ha permesso la promozione di lingua e cultura a livello istituzionale. Nelle valli ladine delle province di Trento e Bolzano il ladino è oggi riconosciuto come lingua amministrativa utilizzata negli uffici pubblici e nei mass media.
Negli anni 2000 si vide anche la costituzione della “Lia di Comuns Ladins” che raccoglie i 18 comuni attorno al massiccio del Sella e la rifondazione delle Schützenkompanie di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia.
L’evento di maggior importanza per i territori della provincia di Belluno (denominati Souramont è il referendum costituzionale tenutosi nei tre comuni il 28 e 29 ottobre 2007 che pose il quesito: “Volete che il territorio dei Comuni di Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia sia separato dalla Regione Veneto per entrare a far parte integrante della Regione Trentino Alto Adige?”. Il risultato si è contraddistinto per la netta vittoria dei "sì" al 78,86% e per il superamento dei due quorum qualificanti. L’iter legislativo si è però interrotto e la questione della tripartizione non è ancora stata risolta.
L’identità e lo spirito di appartenenza, ciò nonostante, sopravvivono, anche e soprattutto grazie alle istituzioni che operano nel territorio.
Fonti:
Tobia Moroder (a cura di), I Ladini Delle Dolomiti: uomo, natura, cultura (Folio Editore, Istitut Ladin Micurá de Rü, 2016).
Marco Forni, Silvia Liotto, Viac Tla Ladinia: viaggio-incontro con i ladini delle Dolomiti; guida alla mostra itinerante (Istitut Ladin Micurá de Rü, 2008).
Denni Dorigo (a cura di), Storia di un referendum e di un popolo inascoltato (Istitut Cultural Ladin Cesa de Jan, 2020).
Giuseppe Richebuono, Compendio di storia ampezzana (La cooperativa di Cortina, 2021).
